MANTOVA PERDUTA

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Mantova perduta

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La formula, se così si può dire, di “Mantova perduta” è nuova, probabilmente interessante, forse anche stimolante. Accanto all’epopea rovesciata delle Porte, offre dei flash paralleli, squarci di cronaca non di storia: la comparsa della bicicletta chiamata “velocipede”; quella dell’automobile destinata a intaccare pesantemente il tessuto della città; le passeggiate dei cittadini con le vie che, specialmente per le signore, diventavano passerelle. Moda di cui si cominciava appena a prendere coscienza. E altro ancora. Il libro è sostenuto da una serie di fotografie, molte delle quali inedite, che affiancano il testo. E’ su queste immagini, più di centocinquanta, che “Mantova perduta” si regge e si affianca – ennesimo libro – su una città particolare, unica.

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Descrizione

Amata vissuta studiata, Mantova incanta, forse delude, ma poi ritorna con fascino moltiplicato. I libri che percorrono questa specie di sinusoide non si contano: studi poderosi, estesi in vari volumi che trattano separatamente della storia, dell’arte, della letteratura, addirittura della cronaca, estratta dai secoli. Ma ci sono anche innumerevoli compendi, che avanzano con la meticolosità degli studiosi o con la vivacità dei giornalisti. “Mantova perduta” appartiene a questa seconda categoria. Perduta perché? La città si presentava ad affrontare il Novecento con mura, bastioni, ponti, torri e torrette. Ma soprattutto Porte. Nel giro di qualche decennio, quel volto così particolare, così suggestivo, subì una serie di interventi chirurgici dove il bisturi era sostituito dal piccone. I connotati ne uscirono fatalmente stravolti. Con l’idea di fare spazio, di inseguire la luce e di seguire il “progresso”, si cominciò a demolire. Fu una febbre. Le mura sparirono, i bastioni furono soppressi, anche le Porte non si sottrassero al loro destino. Erano cinque, San Giorgio Mulina Pradella Pusterla e Cerese. Sopravvisse solo Porta Giulia ma, sorgendo a Cittadella, era considerata fuori dal cerchio cittadino. Fu la sua fortuna.
Dopo aver presentato la storia dei Gonzaga senza piedestalli né tendaggi, un po’ contropelo, “Mantova perduta” dà conto del suo titolo seguendo un filo principale, quello delle molteplici e non di rado feroci polemiche che si accesero tra la Gazzetta di Mantova e La Provincia. Tema l’invadente verbo, coniugato in ogni maniera: demolire appunto. Due posizioni erano ufficializzate dai giornali cittadini. La Gazzetta si era schierata con chi, pochi, cercava di non toccare quelle preziose testimonianze del passato; la Provincia, il contrario. Dava cioè voce a chi sbandierava che le Porte non possedevano alcuna arte, impedivano all’aria di entrare in città e di spandersi – risanatrice – per le vie. Ma c’era un altro argomento, forse il più decisivo. In sintesi: si doveva demolire per dare lavoro ai disoccupati. A Mantova c’erano i ricchi, i ricchissimi ma anche i poveri e i poverissimi, gente che aspettava un lavoro per sfamarsi e sfamare la famiglia. L’argomento toccava corde molto sensibili, ma era sbagliato nell’impostazione. Ma perché il lavoro doveva essere procurato con le demolizioni e non con le ristrutturazioni o i rifacimenti ex novo? Un motivo c’era: perché, demolendo, si poteva riutilizzare i materiali, risparmiando. Ma i conti tornavano davvero? Le “Lettere al direttore”, pubblicate senza risparmio, sono lo specchio del gravissimo problema al quale i mantovani, in un modo o in altro, non erano indifferenti. Posizioni alle quali si è dato volutamente grande spazio perché danno esatto conto del clima in cui la città e i suoi abitanti erano immersi.
La formula, se così si può dire, di “Mantova perduta” è nuova, probabilmente interessante, forse anche stimolante. Accanto all’epopea rovesciata delle Porte, offre dei flash paralleli, squarci di cronaca non di storia: la comparsa della bicicletta chiamata “velocipede”; quella dell’automobile destinata a intaccare pesantemente il tessuto della città; le passeggiate dei cittadini con le vie che, specialmente per le signore, diventavano passerelle. Moda di cui si cominciava appena a prendere coscienza. E altro ancora. Il libro è sostenuto da una serie di fotografie, molte delle quali inedite, che affiancano il testo. E’ su queste immagini, più di centocinquanta, che “Mantova perduta” si regge e si affianca – ennesimo libro – su una città particolare, unica.

Informazioni aggiuntive

Peso 2 kg
Dimensioni 33 x 24 x 2 cm
Copertina

Cartonata

Pagine

176

Data di pubblicazione

2011

Autore

Cesare De Agostini

ISBN

9788897395010